giovedì 6 giugno 2013


IL CONCETTO DELL'ANGOSCIA IN  KIERKEGAARD


  La possibilità è la categoria fondamentale dell'esistenza. La condizione di insicurezza, di inquietudine e di travaglio connessa a questa categoria è l'oggetto dei due scritti che, accanto alle "Briciole" e alla "Postilla", costituiscono il nucleo più prettamente filosofico del pensiero di Kierkegaard: "Il concetto dell'angoscia" (1844) e "La malattia mortale" (1849). L'angoscia è la "vertigine" che scaturisce dalla possibilità della libertà. L'uomo sa di poter scegliere, sa di avere di fronte a sé la possibilità assoluta: ma è proprio l'indeterminatezza di questa situazione che lo angoscia. Egli acquista la coscienza che tutto è possibile, ma quando tutto è possibile, è come se nulla fosse possibile. La possibilità non si riveste di positività, non è la possibilità della fortuna, della felicità, ecc.; è la possibilità dello scacco, la possibilità del nulla. L'angoscia è la condizione naturale dell'uomo. Essa non è presente nella bestia che, priva di spirito, è guidata dalla necessità dell'istinto, né nell'angelo che, essendo puro spirito, non è condizionato dalle situazioni oggettive. L'angoscia è propria di uno spirito incarnato, quale è l'uomo, cioè di un essere fornito di una libertà che non è né necessità, né astratto libero arbitrio, ma libertà condizionata dalla situazione, cioè appunto dalla possibilità di ciò che può accadere. E' generata dalla possibilità di poter agire in un mondo in cui nessuno sa che cosa accadrà. E' l'angoscia provata da Adamo posto di fronte al divieto di gustare i frutti dell'albero della conoscenza: egli non sa ancora in che cosa consista la conoscenza, non conosce la differenza tra il bene e il male, non comprende il senso del divieto stesso. Egli non sa che cosa accadrà, eppure è chiamato a scegliere tra l'obbedienza e la disobbedienza. Strettamente connessa alla categoria della possibilità è anche quella della disperazione, che è la "malattia mortale" di cui Kierkegaard tratta nel libro omonimo. Tuttavia, se l'angoscia è incentrata soprattutto sui rapporti tra il singolo e il mondo, la disperazione riguarda piuttosto quel rapporto del singolo con se stesso.
 

L'angoscia è la vertigine della libertà.
Søren Kierkegaard, Il concetto d'angoscia, 1844

L'angoscia è determinata dalla coscienza che tutto è possibile, e quindi dall'ignoranza di ciò che accadrà. Invece la disperazione è motivata dalla constatazione che la possibilità dell'io si traduce necessariamente in una impossibilità. Infatti, l'io è posto di fronte a un'alternativa: o volere o non volere se stesso. Se l'io sceglie di volere se stesso, cioè di realizzare se stesso fino in fondo, viene necessariamente messo a confronto con la propria limitatezza e con l'impossibilità di compiere il proprio volere. Se,viceversa, rifiuta se stesso, e cerca di essere altro da sé, si imbatte in un 'impossibilità ancora maggiore. Nell'uno come nell'altro caso, l'io è posto di fronte al fallimento, è condannato a una malattia mortale, che è appunto quella di vivere la morte di se stesso. Tanto l'angoscia,quanto la disperazione possono avere un solo esito positivo:la fede. Sia l'esperienza della possibilità del nulla propria dell'angoscia, sia quella della malattia mortale che rivela l'impossibilità dell'io, si risolvono soltanto quando l'uomo compie un salto qualitativo, aggrappandosi all'unica possibilità infinitamente positiva, che è Dio. Il credente non ha più l'angoscia del possibile, poiché il possibile è nelle mani di Dio; né il suo io si perde nella disperazione della propria impossibilità, poiché sa di dipendere da Dio e di trovare in Dio un sicuro ancoraggio. Il passaggio alla fede, tuttavia,è un salto senza mediazioni. La fede non può essere dimostrata per mezzo di analisi storiche e filologiche, né può essere fondata su una filosofia speculativa che la riconduca, come aveva fatto Hegel, a una determinazione della ragione umana. La fede è, piuttosto, il risultato di un atto esistenziale con cui l'uomo va al di là di ogni tentativo di comprensione razionale, accettando anche ciò che al vaglio della ragione o della critica storica appare assurdo. L'essenza intima della fede non è una verità oggettiva, determinabile con gli stessi strumenti di indagine con cui si analizza un fenomeno naturale o un problema logico-matematico. Al contrario, essa è soggettiva non nel senso di essere relativa e variabile, ma nel senso di essere fondata esclusivamente sul rapporto soggetto con la rivelazione divina. Nella fede ogni uomo è solo con Dio. La fede è data dalla fusione di quella manifestazione di temporalità, di finitezza,di possibilità, in una parola di esistenza, che è l'uomo, con l'elemento dell'eternità e dell'infinito. Con la nozione di momento Kierkegaard indica proprio l'irrompere dell'eternità nel tempo con cui Dio si rivela all'uomo. Nel momento l'infinito si manifesta al finito; cosicché nella verità che ciascun credente porta soggettivamente nel suo cuore è contenuta la stessa verità divina. Il Cristianesimo è quindi l'unica vera religione, poiché esso soltanto riesce ad esprimere questa verità per mezzo della dottrina dell'incarnazione di Dio.

 

ASPETTI DELLA FILOSOFIA DI KIERKEGAARD

 

In opposizione alla sistematicità di Hegel, Kierkegaard vuole essere un filosofo antisistematico. Al di lá della difficoltà di dare un inquadramento sistematico al suo pensiero, si può tentare di identificare alcuni concetti centrali della sua filosofia.
-ESISTENZA Il primo dei concetti-cardine della filosofia di Kierkegaard è l’esistenza. In contrapposizione all’essenza hegeliana viene messo al centro quello che è esistente, che ex stat, che sta fuori dal tutto, che si contrappone al tutto: l’esistenza è sicuramente la categoria centrale del suo pensiero.
-L’IRRIPETIBILE inteso come singolo
-POSSIBILITA’ contro la necessità hegeliana per cui c’è una razionalità del tutto, che percorre tutti gli eventi naturali e storici, Kirkegaard rivendica la possibilità: la dimensione esistenziale è caratterizzata dalla possibilità di scegliersi il proprio destino giorno per giorno nell’aut-aut
-ANGOSCIA Collegata alla categoria della possibilità è l’angoscia, per il motivo che abbiamo detto prima: ogni scelta mi mette di fronte al fatto che sono finito, quindi in ogni scelta, anche la piú banale, c’è l’orizzonte della mia fine, l’orizzonte della morte.
-DISPERAZIONE  La disperazione invece è uno stadio piú profondo, è la sfiducia nella possibilità di scegliere bene, è l’abbandonarsi alla convinzione che si è sicuramente dannati , che non c’è possibilità di salvezza.
-FEDE A quest’ultima categoria fa da contrappeso la fede: invece di cadere nella disperazione, nella convinzione che sono per forza dannato, posso fare la scelta di tuffarmi nell’assoluto, in Dio, e abbracciare la fede: la fede è la possibilità di salvezza che riscatta la disperazione. L’ultima categoria è decisiva, l’uscita dalla disperazione attraverso la fede: per Kierkegaard questo tuffo nella fede è un tuffo irrazionale.

ARTHUR SCHOPENHAUER







 Molti tratti della filosofia di A. Schopenhauer muovono da quella di Kant,  che egli considera il pensatore decisivo dell’età moderna. Un elemento che Schopenhauer riprende dal kantismo, fino a farne il punto di partenza della propria dottrina, è la distinzione tra fenomeno e noumeno. Per Schopenhauer la realtà, naturalmente, è una. Ma da una parte ci sono i fenomeni, che sono da considerarsi come semplici apparenze (ciò che egli chiama “velo di Maya”),  dall’altra esiste la “vera realtà” che sfugge alla conoscenza intellettuale. Dal primo punto di vista, il mondo è “rappresentazione”; mentre dal secondo, esso  è “volontà”. Questa, per Schopenhauer, è la cosa in sé, il noumeno kantiano. Per il filosofo,  il mondo al di là di ogni apparenza fenomenica, al di là di ogni rappresentazione, è volontà. La realtà percepita, conosciuta attraverso i sensi è   solo un'interpretazione (la rappresentazione) che ne dà il corpo e  l’uomo non arriva mai oltre la rappresentazione, ossia oltre il fenomeno. Per i filosofo, per fare ciò bisogna lacerare il Velo di Maya che ci imprigiona in una convinzione illusoria della razionalità del mondo e cogliere la realtà oltre l’apparenza e l’inganno.  Tutto nella natura è adempimento della volontà che  ci costringe a compiere cieche pulsioni dettate dalla volontà stessa. Da qui il pessimismo del filosofo : l’uomo si illude di essere libero, ma non è così;  le sue azioni non esprimono nient’altro che l’affermarsi di questa. La vita, che trascorre tra noia e dolore, appare del tutto priva di senso.